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la banca di san marino è senza soldi e la finanziaria delta rischia il crac - in bilico i 900 dipendenti delle 25 società controllate italiane


- Due vertici in Banca d'Italia nell'arco di un paio di giorni. Gli sforzi continui dei commissari straordinari. E perfino un'indagine della Camera dei deputati. Tutto questo, però, potrebbe non essere sufficiente per salvare il gruppo Delta dal crac e dall'approdo dei libri in tribunale. La finanziaria controllata dalla Cassa di risparmio di San Marino è con l'acqua alla gola e di compratori pronti a rilevarla, fuori la porta, nemmeno l'ombra. La banca guidata da Corrado Passera sta portando avanti la due diligence sui conti, ma sembra lontana una proposta d'acquisto concreta.

I soldi, insomma, stanno per finire e il rischio della liquidazione si fa sempre più concreto. «A fine dicembre finiscono le linee di credito, ma gran parte della liquidità è stata già utilizzata» spiega un documento riservato che circola fra i sindacati. Proprio fra le sigle del settore sale la tensione per i 900 dipendenti con il posto di lavoro a rischio.

Più passa il tempo e più l'occupazione è a rischio. La prossima settimana a Montecitorio dovrebbe essere discussa un'interrogazione del Popolo delle libertà sul futuro del gruppo finanziario che in Italia opera con ben 25 società distinte.

Alcune di queste, come accennato, hanno scatenato l'appetito di Intesa. La possibile discesa in campo del colosso bancario italiano, però, non convince del tutto i sindacati. Che temono sovrapposizioni - e quindi esuberi - sulle piazze di Roma e Bologna dove l'istituto di credito ha già personale in abbondanza. Sullo sfondo, i dati finanziari. Che mettono in luce un quadro assai buio. Due delle controllate, secondo prime stime non ufficiali, potrebbero chiudere il bilancio 2009 in profondo rosso: la perdita di Eunice Sim sfiorerebbe i 2,5 milioni e quella di Sedici Banca potrebbe addirittura sfondare il tetto dei 10 milioni.

Quanto a Eunice, non è chiaro se Eni possa metterci le mani in virtù di una clausola del contratto con cui il cane a sei zampe aveva ceduto l'allora Sofid Sim a Delta. Una ventina di lavoratori italiani del gruppo sanmarinese potrebbe salvarsi grazie alla spa controllata dal Tesoro.

Fari puntati, ovviamente, pure da parte degli sceriffi di Bankitalia. Che in estate aveva commissariato la società e in questi giorni ha decisamente alzato il livello di guardia. I due summit a via Nazionale della settimana scorsa si sono risolti con un nulla di fatto. Nel senso che i commissari scelti dal governatore, Mario Draghi, non hanno ancora trovato la quadra.

Sul primo inquilino di palazzo Koch sono aumentate le pressioni delle sigle: Fabi, Fisac-Cgil, Ugl Credito e Uilca hanno scritto una lettera a Bankitalia affinché cerchi un equilibrio tra gli interessi degli azionisti e salvaguardia dell'occupazione. I sindacati tentano di far leva sul recente accordo tra Repubblica Italiana e San Marino in materia di collaborazione finanziaria. In una nota congiunta le sigle hanno chiesto un «tavolo di confronto» e hanno detto «no alla liquidazione».

Ad aumentare la preoccupazione, poi, ci sono le rilevazioni sull'andamento della clientela: i depositanti, secondo alcuni appunti che circolano fra i sindacati, sarebbero in fuga con code lunghissime per prelevare i fondi dalle casse delle finanziarie Delta. Senza dimenticare gli accantonamenti per fondo rischi saliti alle stelle.

ucci ucci si sente "profumo" di esuberi, all' unicredit banca si calcola che resteranno a casa circa 6mila bancari, ...posso contarci


- ROMA - Sindacati in allerta per le ricadute del piano di riorganizzazione di Unicredit che verrà discusso oggi a Milano dal comitato strategico, l’organo della
governance interna che affianca il cda nell’istruttoria sulle grandi decisioni. Il piano, come anticipato da Il Messaggero di venerdì scorso, prevede la fusione di Unicredit private banking con sede a Torino, Unicredit corporate banking (Verona), Unicredit banca (Bologna), Unicredit Banca di Roma, Unicredit Banco di Sicilia (Bds) nella holding di piazza Cordusio dando luogo a una banca unica. Fuori dalla riorganizzazione dovrebbero rimanere Unicredit leasing, Unicredit Real Estate, Unicredit Credit management bank, la società di recupero crediti. Da decidere il destino di Unicredit factoring e quello dei marchi, anche se il logo del Bds dovrebbe essere preservato.

Le eccedenze di personale, secondo le ipotesi contenute nel piano in fase di discussione, oscillano tra 5.600-6.500 a secondo del business model definitivo, suddivise tra i centri di governo (corporate center), cioè le direzioni generali delle cinque banche coinvolte e la rete distributiva corporate e retail. Gli approfondimenti in corso consentiranno ad Alessandro Profumo, ai deputy ceo Sergio Ermotti, Paolo Fiorentino, Roberto Nicastro e ai team operativi dei mettere a punto il progetto definitivo che dovrebbe essere approvato dal consiglio in gennaio e sottoposto all’assemblea di primavera che dovrà convalidare il bilancio 2009. Il piano, battezzato S1 per mutuare la riorganizzazione storica di Unicredit S3 del 2003, dovrebbe prendere il via dal 1° novembre 2010, quando scadrà il patto fra Regione Sicilia, Fondazione Bds e Unicredit sull’istituto siciliano.

Il comitato strategico odierno sarebbe sdoppiato: in mattinata sarà allargato alla presenza di altri consiglieri indicati dalle fondazioni e non, nel pomeriggio si terrà il plenum dell’organo presieduto da Dieter Rampl e di cui fa parte naturalmente Profumo. Il coinvolgimento degli altri consiglieri nella riunione aperta della mattina serve appunto per tener conto di tutte le realtà territoriali dove comunque la riorganizzazione impostata da Profumo a inizio 2009 ne vuol salvaguardare e presidiare il localismo coniugato alle esigenze di business. Ecco perchè nelle città dove sorgono i quartier generali delle banche coinvolte nasceranno divisioni dotate di ampie autonomie. Ciò nonostante il riassetto comporterà dei sacrifici, da aggiungere ai 7.750 di esodo volontario a seguito della fusione di Capitalia.

Nei giorni scorsi il direttore risorse umane Rino Piazzolla avrebbe incontrato i segretari nazionali e i responsabili di categoria di Cgil, Cisl e Uil annunciando solo una semplificazione del numero delle banche italiane. Specie in Sicilia le indiscrezioni relative alla ristrutturazione hanno messo in guardia le organizzazioni sindacali che temono lo smantellamento del Banco Sicilia e un numero di esuberi quantificato attorno a un migliaio. Ma le cifre del piano S1 al momento oscillano tra 5.600-6.500, gli unici numeri fermi: all’interno di questo range si dovrà costruire il modello di business. Il processo sarebbe ancora in corso.

tutti i mercati sono euforici, è iniziata la ripresa si, della bancarotta. un'altra prestigiosa banca americana è fallita, era piena di debiti e asset


- NEW YORK - Cit Group chiede la bancarotta pilotata: a poche ore dal via libera alla richiesta del Chapter 11 da parte del consiglio di amministrazione, il gruppo finanziario americano specializzato nei prestiti commerciali presenta al tribunale per la bancarotta del Southern District di New York la documentazione, denunciando debiti per 65 miliardi di dollari e asset per 71 miliardi di dollari.

La richiesta di bancarotta pilotata della società potrebbe tradursi - riporta il
Wall Street Journal - per il Tesoro americano nella prima perdita nell'ambito del programma di salvataggi messo in atto. Il Dipartimento guidato da Timothy Geithner ha investito 2,3 miliardi di dollari di soldi dei contribuenti nella società nel tentativo di stabilizzarla. Dallo scorso anno il Tesoro ha investito 400 miliardi di dollari in diverse aziende americane in tutti i settori di attività: molte società, come Goldman Sachs, hanno già provveduto a restituire i fondi ottenuti.

Cit Group si presenta in tribunale con i creditori che hanno già dato il loro via libera al piano di riorganizzazione della società, che potrà avvalersi di una linea di credito da 1 miliardo di dollari accordato dall'investitore Carl Icahn come prestito debtor-in-possession. Cit Group punta a uscire dalla bancarotta in due mesi.


Con il Chapter 11 Cit Group mira a riddure il proprio debito di 10 miliardi di dollari. «La decisione di procedere con il nostro piano di riorganizzazione - spiega in una nota il presidente e amministratore delegato Jeffrey Peek - consentirà a Cit Group di continuare a fornire fondi alle piccole e medie imprese, un settore di importanza vitale per l'economia americana». Cit Group, vittima 'credit crunch' e la recessione, ha tentato in tutti i modi di evitare la bancarotta, ma senza successo. I creditori hanno bocciato seccamente l'ultima offerta di swap avanzata: il 90% ha invece appoggiato il piano per la bancarotta pilotata.

Secondo Brian Charles, analista di R.W. Pressprich & Co, anche se Cit Group emergesse intatta dalla bancarotta la sua capacità di concedere prestiti si ridurrebbe di circa il 20% in due anni. Il Chapter 11 «è rischioso: non c'è certzza che Cit Group ne emergerà» osserva Donald Workman, dello studio legale Baker Hostetler. Ma per altri osservatori il piano di riorganizzaizone di Cit Group mette la società in una buona posizione: «Se l'accordo è già concordato - mettono in evidenza alcuni osservatori - i problemi possono essere risolti in bancarotta senza perdere i clienti».

lehman mania, tutti pazzi per lei, poi il disastro finanziario, sono con la speranza di portare i cocci, la tranvata costa ai signori del salotto


- La lista è lunghissima, gli importi spesso a sei cifre- anche se in dollari. È un piccolo esercito quello degli italiani in fila con il cappello in mano per il fallimento della Lehman Brothers. Sono in tutto 678 quelli che entro la terza settimana di settembre hanno presentato domanda di risarcimento diretta o indiretta ai curatori fallimentari della banca americana che ha suonato il gong per la crisi finanziaria internazionale.

Ci sono società, singole persone, manager e dipendenti della filiale italiana della Lehman. Quasi tutte le banche italiane, Banca Intesa, Monte dei Paschi, Unicredit, Ubi , Mediobanca e Banca popolare di Milano in testa. Lo Stato, in primis il ministero dell'Economia e le sue società controllate.

Praticamente tutti i grandi gruppi imprenditoriali italiani: Fiat, De Benedetti, Berlusconi, Benetton, Ligresti, Pesenti, Telecom Italia, Ferrero, De Longhi, Della Valle e decine di altri. Il record ce l'ha il ramo italiano della Zurich life, con 194 milioni di dollari di crediti verso Lehman. Ma non scherzano nemmeno la Cassa depositi e prestiti con i suoi 133 milioni, Carimonte con 113 e Telecom Italia con 68 milioni.

È già un caso politico l'esposizione della Regione Marche che chiede al fallimento 72,4 milioni di dollari dopo avere assicurato all'indomani del crack di avere una esposizione ridicola e rischiare al massimo due milioni di euro. È in buona compagnia, perché nella lista dei creditori ci sono anche altre due regioni, il Lazio e la Sicilia, che hanno presentato domanda tenendo riservato l'importo richiesto.

Con una cifra non particolarmente alta, 526 mila dollari, c'è anche la Rai che è stata fra le prime società italiane a insinuarsi nel fallimento già nel gennaio 2009. A suscitare qualche perplessità più che l'importo è la documentazione allegata.

A parte una lettera per rivendicare il dovujto firmata dal direttore degli affari legali dell'azienda di viale Mazzini, Rubens Esposito, una tabella elenca le 21 operazioni intercorse fra la tv pubblica italiana finanziata dal canone di tutti i cittadini e la Lehman brothers: alcune (11) riguardano finanziamenti- anche derivati- alla capogruppo, altre (10) la controllata Rai cinema. È quasi andata bene alla fine se sui 56 e oltre milioni di dollari di rapporti con Lehman Rai rischia di rimetterci solo una mezza milionata.

Certo, anche personaggi che con la finanza ci sanno fare da una vita si sono bruciati le dita con Lehman. Ci è cascato Carlo De Benedetti con la sua Cir International sa, qualche guaio hanno subito perfino i suoi banchieri e commercialisti di fiducia, quei Segre che controllano la Bim di Torino.

Fra le persone fisiche la più famosa ad avere presentato il conto è Andrea Della Valle- fratello di Diego e presidente uscente della Fiorentina- che con Lehman ha rimesso 3,5 milioni di dollari di investimenti personali. Mancano all'appello delle sue tasche sei strumenti finanziari sottoscritti fra il 2003 e il 2008, l'ultimo proprio alla vigilia del naufragio della banca americana.

Ma anche questo non è un caso isolato. E d'altra parte al tribunale fallimentare di Milano la Lehman era stata inserita nel novembre 2007 dal presidente della sezione, Bartolomeo Quatraro, fra le società che potevano offrire i loro servizi ai creditori. Titoli e strumenti finanziari erano ritenuti dagli esperti altamente affidabili e quasi privi di rischio.

Nell'elenco c'è più di un singolo investitore italiano che allega anche la lettera-beffa (una è di Banca Aletti, che ci ha rimesso non poco del suo) che all'improvviso comunicava al cliente che milioni di risparmi erano passati a valutazione di alto rischio. La settimana dopo quei soldi erano semplicemente svaniti insieme alle casse che i dipendenti della Lehman portavano in strada.

Un capitolo a parte meritano le richieste di risarcimento presentate dagli stessi top manager e dirigenti del gruppo Lehman. In un un lungo elenco di poveri dipendenti che reclamano il dovuto: liquidazione e pagamento degli ultimi stipendi,. Svettano i 15 milioni di dollari chiesti da Ruggero Magnoni e le decine e decine di milioni vantati come crediti dai suoi colleghi.

Vogliono perfino il pagamento dei bonus legati a maxi-operazioni con cui hanno piazzato derivati a banche, società ed enti pubblici in Italia. Bonus per avere messo nei guai più di un ente locale del loro paese.

colpo grosso dell'adusbef, mette ko una banca che deve restituire ad un imprenditore la somma di euro 1.400.000,00; questo si è superenalotto


- Le sentenze sull'anatocismo a difesa dei vessati e tartassati utenti puniscono l'"arroganza" delle banche: l’ultima del Tribunale di Lanciano,pubblicata l’11 settembre u.s. ha condannato una banca a rimborsare 1.339.000 di euro a favore di un imprenditore abruzzese. Per arginare il fiume in piena di sentenze, le banche – che fanno finta oggi con il presidente dell’Abi Faissola di non aver avuto aiuti- hanno chiesto ed ottenuto dal Governo, il rinvio della class action,che avrebbe offerto la possibilità collettiva di agire a milioni di imprenditori taglieggiati,per il recupero dell’illecita prassi bancaria, sanzionata da Cassazione e Corte Costituzionale.

Dopo le sentenze a sezioni Unite di Cassazione che hanno cassato definitivamente la pratica illecita dell'anatocismo, ovverosia la ricapitalizzazione trimestrale degli interessi, praticata in passato dagli istituti di credito, nonostante fosse vietata dall’art.1283, norma imperativa del codice civile,le banche che avevano una probabilità su cento di vincere in Tribunale, oggi non hanno più alcuna speranza di vincere,per questo continuano a soccombere.

L’ultima sentenza fa recuperare ad un associato ADUSBEF, con il patrocinio dell’Avv. Antonio Tanza, euro 1.339.310,00,dopo l’impugnativa di un conto corrente in rosso. Il giudice monocratico del Tribunale di Lanciano (CH) dott.ssa Francesca DEL VILLANO ACETO, (Sentenza n. 296/09) ha condannato la Banca Popolare di Lanciano e Sulmona (Gruppo BPER) al pagamento della somma di euro 1.339.310,00 per indebite competenze (interessi ultralegali indeterminati, commissioni di massimo scoperto trimestrali, valute fittizie, spese forfettarie e capitalizzazione composta).

Molte aziende hanno nei propri archivi vere e proprie fortune e non lo sanno: l’invito di ADUSBEF è quello di rispolverare i vecchi rapporti, chiusi da meno di 10 anni od in corso, chiedendo alla propria “cara” banca la restituzione del maltolto. La sentenza riguarda tutti i correntisti “in rosso” che hanno pagato interessi alla banca dall’entrata in vigore dell’art. 1283 c.c. (21 aprile 1942) sino ad oggi. Per i soli contratti di conto corrente aperti, per la prima volta, dopo il 22 aprile 2000 (data dell’entrata in vigore della delibera CICR, del 9 febbraio 2000, prevista dall’art. 252 del D. Lgs. n. 342 del 1999) non è possibile recuperare l'anatocismo (legittimato da quest'ultimo provvedimento legislativo).

Hanno il diritto di esercitare il rimborso sia gli utenti che hanno il conto corrente aperto, sia quelli che lo hanno chiuso negli ultimi dieci anni: chi esercita il diritto nei termini può chiedere il rimborso dall’apertura del conto corrente sino al rimborso alla chiusura o sino ad oggi. Oltre alla restituzione del maltolto, molti Tribunali, condannano le banche al risarcimento dei danni derivanti dall’errata segnalazione alla centrale dei rischi: il Tribunale di Venezia - Giudice Dott. Maria Antonia Maiolino, con la Sentenza n. 1701/09 ha condannato Banca Antoniana Popolare Veneta Spa al pagamento, in favore di un associato Adusbef (sempre difeso dal vicepresidente Antonio Tanza) del danno non patrimoniale liquidandolo in via equitativa in misura pari ad 1/3 della falsa esposizione alla centrale dei rischi.

Su questo stesso campo numerosissimi sono i procedimenti iniziati da associati ADUSBEF al Garante della Privacy: basta con il terrorismo dettato dal ceto bancario con le segnalazioni alla Centrale dei rischi, i cui effetti sono ampliati dalle note procedure “Basilea 1 e 2”. Per la restituzione del maltolto, linfa vitale per molti imprenditori in una fase di gravissima crisi economica e di liquidità occorre: 1) copia del contratto di conto corrente o, in mancanza, copia del più antico estratto conto posseduto; 2) copia dell’ultimo estratto conto pervenuto; 3) copia della carta d’identità per le persone fisiche e del certificato di iscrizione presso la CCIA per le persone giuridiche.

Quanto costa? I legali che collaborano con Adusbef sono professionisti che concordano con lo spirito dell’associazione, consci degli aspetti sociali della loro professione, e quindi si impegnano nel mantenere le proprie tariffe al minimo. Inoltre, le spese processuali sono a carico della parte soccombente: cioè la Banca e vengono liquidate con sentenza.

Al fine di quantificare l’entità dell’indebito percepito dalla banca, sarebbe opportuno effettuare una consulenza tecnico-contabile, realizzata da un esperto di fiducia sulla base di tutti gli estratti conto bancari posseduti. Sul sito www.adusbef.it,alla voce “Coordinamento Nazionale Campagna Rimborso Anatocismo” tutte le informazioni e l’assistenza necessaria per avviare azioni di rivalsa.

il gatto e la volpe, gli amministratori delegati profumo "di" passera, sicuramente diranno no a tremonti per i suoi bond troppo onerosi


- Milano - Unicredit e Intesa Sanpaolo si preparano a formalizzare il loro rifiuto ai Tremonti bond. La decisione è attesa oggi dai consigli di sorveglianza e di gestione della banca guidata da Corrado Passera, convocati a Torino, e dal Cda, a Milano, del gruppo capitanato da Alessandro Profumo.
In serata, quasi in contemporanea, sono attesi i comunicati con i quali di due istituti indicheranno le misure scelte per rafforzare il patrimonio. L'obiettivo è portare l'indice Core Tier 1 all'8%, livello che tra un anno potrebbe diventare la soglia minima per tutte le banche con la revisione delle regole di Basilea II.
Sul tavolo dell'istituto di Piazza Cordusio ci sarà la proposta, alternativa al ricorso agli aiuti di Stato in Italia e in Austria, di un aumento di capitale da 4 miliardi, a sconto rispetto alle attuali quotazioni del titolo. In più una nuova operazione per cedere immobili per un valore di circa 700 milioni.
I consigli di Intesa Sanpaolo saranno invece chiamati a esaminare il progetto di un bond ibrido da circa 1,5 miliardi e un programma di cessioni. Ieri si sono tenuti i comitati tecnici, in particolare il comitato strategie, presieduto dal presidente del consiglio di sorveglianza Giovanni Bazoli.
«È prematuro dare per scontato l’esito», ha affermato ieri Bazoli. Il banchiere non ha commentato le parole del ministro dell'Economia Giulio Tremonti, secondo il quale gli aiuti di Stato erano pensati per le imprese e non per le banche. Nel frattempo le fondazioni maggiori azioniste di Unicredit, Verona e Crt Torino, sarebbero pronte ad appoggiare la maxi-ricapitalizzazione, comunque garantita da un consorzio di banche. La strada dell'aumento di capitale, meno onerosa del ricorso ai Tremonti bond, rende infatti più percorribile la strada del ritorno al dividendo in contanti, importante per le erogazioni degli enti sul territorio.
Ieri il comitato di indirizzo della fondazione torinese ha preso atto dell'ipotesi di ricapitalizzazione e valuterà il progetto.

trichet lancia l'allarme per il credito, se le banche continuano a chiudere i rubinetti alle aziende, presto avremo nuovi disoccupati per strada


- Il presidente della Bce lancia un monito alle banche e chiede ai governi di evitare strategie di rientro dal debito pubblico troppo accelerate; invece il ministro Tremonti dichiara che ci sono segnali di ripresa ma non siamo all’età dell’oro. sconti fiscali sui depositi investiti al Sud.

- Il presidente della Bce Trichet rilancia l’allarme credito: «La crisi non è finita, le banche devono fare il loro dovere, soprattutto nei confronti delle Pmi». Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti: «La crisi è in fase di rallentamento ma non si può immaginare che si apra una stagione dell’oro nel bacino del Mediterraneo. Quindi bisogna fare in fretta. È tempo di concentrare le risorse in opere pubbliche specifiche ed evitare gli errori del passato con la dispersione degli interventi e dei progetti a pioggia. Col rischio di maggiore corruzione, che si annida nelle piccole opere. Lo Stato deve tornare a fare lo Stato». Tremonti individua nelle banche di credito cooperativo gli istituti perno per questa rinascita perché sono banche “in cui non si parla inglese”. I soldi che vengono depositati in questi istituti devono restare al Sud al servizio delle imprese». Prevedendo anche una fiscalità di vantaggio sui depositi bancari attraverso l’abbattimento della ritenuta sui fondi finalizzati ad un impiego sul territorio. Poi l’affondo: «Con le mie parole mi attirerò l’odio dei signori banchieri, di chi li protegge e di chi vigila su tutto questo mondo, le varie cupole».
«La crisi non è ancora finita» e «nei prossimi mesi ci sarà probabilmente un ulteriore indebolimento dei flussi di credito verso le imprese». Il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, frena i facili entusiasmi e, pur riconoscendo che la «caduta libera» dell’economia europea sembra alle spalle, intravede una ripresa «molto graduale» e caratterizzata ancora da «un’elevata incertezza». Unica vera certezza: il 2009 «sarà un anno estremamente negativo», nonostante i primi «segnali di stabilizzazione dell’economia» quindi «non è ancora il momento per le exit strategy», anche sul fronte dei conti pubblici, per risanare i quali bisognerà attendere la ripresa. Ripresa che «per molti Paesi della zona euro arriverà nel 2011», mentre «per altri - sottolinea il numero uno dell’Eurotower - ci sono maggiori difficoltà, dovute ad esempio ad un elevato debito pubblico». Come l’Italia. Intanto assicura che la Bce la sua strategia di uscita dalle misure per rafforzare il credito l’ha già preparata e ribadisce come «l’attuale livello dei tassi di interesse della Bce è appropriato alla situazione economica e finanziaria».
Nel frattempo lo scudo fiscale scalda i motori. L’obiettivo è arrivare al rimpatrio di capitali consistenti, tra i 70 e i 100 miliardi di euro. Le modifiche definitive alla norma arriveranno a giorni e contestualmente dovrebbe anche essere messa a punto la versione ultima della circolare dell’Agenzia delle Entrate. Poi due mesi e mezzo per le operazioni. «L’attività sarà febbrile», dice l’ad di Banca Cesare Ponti Andrea Ragaini. Uno dei maggiori esperti fiscali, Victor Uckmar, suggerisce di prevedere più tempo. Un altro esperto della materia, Augusto Fantozzi, mette invece in guardia contro il problema dell’Iva europea.